ALFABETO SANSCRITO

  

 


LINGUA E LETTERATURA

 

Nella grande famiglia delle lingue indoeuropee, un posto di primaria importanza spetta al sanscrito, lingua di un'antica e illustre civiltà quale l'indiana nonché tramite di una letteratura immensa come qualità letteraria, profondità filosofica, intensità religiosa. La parola saṃskṛta significa "perfetto", e fino a non molti anni fa, gli studiosi erano addirittura persuasi, vista la perfezione formale del sistema fonetico e la precisione grammaticale, che il sanscrito dovesse essere la lingua che più di ogni altra avesse conservato la struttura dell'originaria parlata proto-indoeuropea. Oggi questo giudizio è alquanto ridimensionato, nondimeno il sanscrito riveste tuttora un'importanza capitale per il linguista, il filologo, il religioso, il letterato e il filosofo.

Gli studiosi dividono la storia del sanscrito in varie fasi. La forma più antica è il vedico, la lingua degli inni dei Veda, che risalgono al 1000 a.C. circa. Questa lingua, regolata dall'uso dei Brāhmani, raggiunse la forma definitiva nella fase del sanscrito classico, allorché fu definitivamente codificata dal grammatico Pāṇini, (IV sec. a.C.), autore dell'Asthādhyāyī, un sensazionale trattato grammaticale in otto libri, scritto interamente sotto forma di aforismi. In sanscrito classico sono scritte le grandi epiche del Mahābhārata e del Rāmāyaṇa (III sec. a.C.), i drammi di Kālidāsa (IV sec. d.C.), il Pañcatantra e l'intera letteratura filosofica. Il sanscrito tuttavia non fu mai lingua di un paese o di una regione, ma solo la lingua usata da alcune caste, soprattutto i Bramini e i Guerrieri. Col nome di sanscrito, la lingua "perfetta" veniva distinta dal pracrito, l'insieme delle lingue "naturali" parlate dalle caste incolte.

Ancora oggi, il sanscrito è considerata lingua dotta dell'India, di cui si servono le persone colte, e continua a produrre una letteratura non indifferente.

Nel corso dei secoli dal i vari dialetti pracriti si svilupparono le lingue volgari dell'india, i cui più antichi documenti epigrafici sono le iscrizioni di re Aśoka (250 a.C.). Il principale di questi dialetti fu il pāli, la lingua in cui venne scritto il canone buddhista della scuola Theravāda, nonché la lingua della religione giainista. Dal pracrito sono derivate le attuali lingue indiane, anch'esse ricche di letteratura, quali l'hindī, l'urdū, il bengalī, il panjābī, il gujarātī, il sindhī, il marāthī e molte altre.

 


LESSICO FONDAMENTALE

 

Uomo

Nara

Donna

Strī

Padre

Pitṛ

Madre

Mātṛ

Cielo

Khaṃ

Terra

Pṛthivī

Sole

Sūrya

Luna

Candra

Acqua

Jala

Albero

Vṛkṣa

Cane

Śvan

Gatto

Mārjāra

 

 

Il devanāgāri, la scrittura della "città degli dèi", è la più importante delle molte scritture indiane. Come molte altre scritture del subcontinente, la devanāgārica è derivata dalla brāhmī, un adattamento indiano di un alfabeto semitico (forse l'aramaico) penetrato in India attraverso la Mesopotamia, probabilmente intorno al 700 a.C. La scrittura devanāgārica fu usata dapprima per scopi commerciali e solo in seguito applicata alle trascrizioni dei testi sacri, raggiungendo l'attuale aspetto non prima dell'VIII secolo.

Assai eleganti, splendidamente incurvate, le lettere devanāgāriche hanno la singolarità di essere "appese" sotto il rigo invece che sopra, dando alla scrittura sanscrita la sua particolare caratteristica e fisionomia.

 

 

 

Al contrario dell'alfabeto latino, in cui consonanti e vocali seguono una successione casuale, l'alfabeto sanscrito ci appare splendidamente ordinato secondo precisi criteri fonologici. Inizia con le vocali, seguono i dittonghi, quindi le consonanti. Ogni gruppo è a sua volta ordinato secondo la successione del punto di articolazione.

 

 


VOCALI

 

Nella scrittura sanscrita vi sono cinque vocali, a i u più ed vocaliche. Queste ultime due lettere sono indicate in trascrizione con un puntino posto sotto il corpo della lettera:

 

 

Le vocali possono essere sia brevi che lunghe. In trascrizione le lunghe sono distinte da un macron:

 

 

Nell'alfabeto devanāgārico, le vocali hanno due forme, una iniziale più elaborata, e una seconda più semplice da usarsi allorché la vocale è articolata a una consonante. Alcune vocali hanno due forme grafiche, essendo una delle due (in questo caso la seconda) più antica e in seguito disusata:

Si noti che nel caso di a vi è differenza di colore tra la lunga e la breve, essendo la breve pronunciata chiusa [L], come u nell'inglese "but".

In realtà vi è una sottile differenza anche nel caso di vocalica, essendo la breve e la lunga pronunciate rispettivamente con delle lievissime colorazioni i e u. Ci atteniamo qui, tuttavia, alla pronuncia "corretta" secondo l'ideale fonologia sanscrita.

 

 

 


DITTONGHI

 

Alle vocali seguono, nell'ordine alfabetico, i dittonghi. I dittonghi brevi sono trascritti e pronunciati come semplici vocali:

 

 

I dittonghi lunghi mostrano invece, in trascrizione e pronuncia, la loro natura:

 

 

Anche qui vi sono delle diverse forme grafiche, di cui la seconda è più antica:

Ci si può stupire del fatto che in sanscrito le vocali e ed o siano considerate dei dittonghi. C'è però una precisa ragione filologica, derivando e ed o da due antichi dittonghi indoeuropei pronunciati [ai] ed [au]. Si noti che e ed o sono in realtà pronunciate come [e:] ed [o:] lunghe. La ragione per cui non vengono segnalate col macron, è che, mancando in sanscrito [e] ed [o] brevi, non c'è rischio di ambiguità.

 

 

 


CONSONANTI

 

Il sistema consonantico del sanscrito è mirabilmente preciso.

Le consonanti sono distinte in otto serie.

Le prime cinque serie comprendono le consonanti occlusive, a loro volta ordinate secondo il punto di articolazione: prima le velari, poi le palatali, le retroflesse, le dentali e le labiali, seguendo un ordine di intacco che avanza dal fondo del palato alle labbra. Ogni serie è regolarmente formata da cinque lettere: sorda, sorda aspirata, sonora, sonora aspirata, nasale.

Le successive tre serie riguardano invece le consonanti fricative: sibilanti, semivocali e aspirate, anch'esse ordinate secondo il punto di articolazione.

Vediamo ora per esteso l'intero sistema consonantico, con trascrizione e pronuncia.

Occlusive

 

 

Sono le consonanti "velari", sorda e sonora, articolate sul fondo del velo palatino. Fonologicamente corrispondono alle occlusive velari, e si pronunciano come la c e la g dure dell'italiano.

 

 

Sono le consonanti "palatali", sorda e sonora, articolate all'altezza del palato. Fonologicamente corrispondono alle affricate postalveolari, e si pronunciano come la c(i) e la g(i) morbide dell'italiano.

 

 

Sono le consonanti "cacuminali" (che i sanscritisti chiamano anche "cerebrali"), sorda e sonora. Fonologicamente corrispondono alle occlusive retroflesse, articolate tra gli alveoli e il palato, e corrispondono alla t e alla d del siciliano "motto" e "cavaddu".

 

 

Sono le consonanti "dentali", sorda e sonora, articolate all'altezza dei denti. Fonologicamente corrispondono alle occlusive dentali, e si pronunciano come la t e la d dell'italiano.

 

 

Sono le consonanti "labiali", articolate all'altezza delle labbra. Fonologicamente corrispondono alle occlusive labiali e corrispondono alle normali p e b dell'italiano.

 

 

Occlusive aspirate

Ogni occlusiva può presentarsi anche in forma aspirata. Abbiamo allora la serie

 

 

Ogni lettera viene pronunciata con una simultanea aspirazione, fonologicamente una fricativa glottale. Dunque th non è va pronunciare come il th inglese [0], bensì come [t] + [h]; ph non è [f], bensì [p] + [h], e così via. Inoltre, l'aspirazione è sorda o sonora a seconda che la consonante sia sorda o sonora. Da sorda, h si pronuncia come l'aspirazione iniziale della parola inglese "house", da sonora il suono rassomiglia più all'aspirazione iniziale della pronuncia fiorentina di "casa".

 

 

Occlusive nasali

Se ogni serie di occlusive termina in una nasale, è perché i grammatici indiani hanno distinto le varie pronunce di n e m dal punto di articolazione. Abbiamo così una serie di cinque consonanti nasali:

 

 

Che sono rispettivamente la nasale velare, palatale, cacuminale, dentale e labiale.

La loro differenziazione dipende dell'ambiente in cui viene a cadere la consonante nasale. In pratica, la nasale è la velare n̩ quando precede le consonanti velari k g (dunque la n italiana di "manco" o "mango"); è la palatale ñ quando precede le consonanti palatali c j (la n italiana di "mancia" o "mangia"); è la cacuminale n̩ quando precede le consonanti cacuminali t̩ d̩; è la dentale n quando precede le consonanti dentali t d (la n italiana di "monto" o "mondo"); è la labiale m quando precede le consonanti labiali p b (la m italiana di "rompo" o "rombo").

Questi esempi renderanno evidente l'ambito fonetico dei diversi tipi di nasale:

 

 

Fricative semiconsonanti

Secondo la fonetica tradizionale sanscrita, le lettere

 

 

sono considerate semiconsonanti, rispettivamente palatale, cacuminale, dentale e labiale (ordinate anche qui a seconda del punto di articolazione), cosa che può parer strana soprattutto nel caso di r ed l. Ne è ragione che i grammatici indiani le hanno messe in correlazione con le vocali:

la semiconsonante palatale

y

corrisponde alla vocale

i

la semiconsonante retroflessa

r

corrisponde alla vocale

r ̣

la semiconsonante dentale

l

corrisponde alla vocale

l ̣

la semiconsonante labiale

v

corrisponde alla vocale

u

In particolare, y e v corrispondono alle semiconsonanti i e u dell'italiano "ieri" e "uovo". In particolare, la pronuncia di v è un po' più complessa, essendo passata, già in un'epoca piuttosto antica, da [w] semiconsonante alla labiodentale [v] (è questa oggi la pronuncia corrente nell'hindī). Nei nostri esempi, riportiamo la pronuncia tradizionale [w], anche se non è sbagliato pronunciare questa lettera come la normale v labiondentale italiana [v].

Le due semiconsonanti r l sono rispettivamente la vibrante dentale e la liquida dentale dell'italiano. La fonetica sanscrita considera r una cacuminale piuttosto che una dentale, forse allo scopo di mantenere l'ordine tradizionale dell'intacco delle lettere. In trascrizione diamo ad r il suo valore "ufficiale", anche se a tutti gli effetti non è sbagliato pronunciare questa cacuminale (anche perché non v'è rischio di confusione) come la normale r dentale italiana [r].

 

 

Fricative sibilanti.

 

 

Sono rispettivamente la sibilante palatale, cacuminale e dentale (sempre ordinate dal punto di articolazione). La prima è la sc(i) italiana; la seconda è una s retroflessa, da pronunciarsi in maniera simile a sc(i) ma con la lingua tra gli alveoli e il palato; la terza è la normale s sorda dell'italiano.

 

 

Fricative aspirate.

L'ultima lettera dell'alfabeto devanāgārico è l'aspirata

 

 

Molti testi la assimilano, erroneamente, all'aspirazione inglese di "house", ma fonologicamente la h inglese è una fricativa glottale sorda, mentre la h sanscrita è sonora, dunque pronunciata similmente all'aspirazione iniziale della pronuncia fiorentina della parola "casa".

 

 

Il sanscrito ha infatti conservato la distinzione tra le due fricative glottali, sorda e sonora. La rispettiva sorda, che cade solo in fin di parola, viene invece indicata con un segno particolare chiamato visarga.

 


CONSONANTI VEDICHE

 

Alla scrittura devanāgārica bisogna aggiungere un'ultima consonante, una liquida cacuminale, trascritta l e lh. Presente solo nei testi vedici e foneticamente sostituita dalle cacuminali e ḍh già all'epoca di Pāṇini, questa lettera non è compresa nel computo alfabetico.

 


NOTE SULLA SCRITTURA DEVANĀGĀRICA

 

Abbiamo trattato la scrittura devanāgārica come si trattasse di un alfabeto, ma è più corretto parlare di un sillabario, e questo per la principale ragione che in ogni singola consonante, presa singolarmente, è sempre inerente una -a breve, rappresentata dalla linea verticale. Dunque, una singola consonante, non è mai k o t o p, ma sempre ka o ta o pa.

Che si debba parlare di sillabe e non di lettere a sé stanti è giustificato dal meccanismo di vocalizzazione, in cui, come vedremo, le diverse colorazioni vocaliche sono date da diacritici sistemati sopra o sotto la consonante; e ancora, dalla formazione di nessi consonantici, in cui le consonanti precedenti perdono la vocale inerente -a per combinarsi graficamente con le consonanti successive.

La maggior parte delle consonanti devanāgāriche è formata da tre elementi:

  1. un elemento distintivo della lettera
  2. un linea verticale
  3. un linea orizzontale

 

 

1
Elemento
distintivo
2
Linea
verticale
3
Linea
orizzontale

 

L'elemento distintivo (1) è ciò che dà la fisionomia e permette di riconoscere la consonante; la linea verticale (2) richiama la vocale inerente -a; la linea orizzontale (3) è il rigo lungo cui si allinea la scrittura.

 


VOCALIZZAZIONE

 

Abbiamo visto che le vocali e i dittonghi possiedono due forme: una più elaborata si usa soltanto all'inizio di parola, allorché la vocale fa sillaba a sé. Quando la vocale (o il dittongo) è articolato con una consonante, allora si usa una seconda forma che viene combinata con la consonante per formare la sillaba.

Il segno di consonante, privo di qualsiasi diacritico, è già vocalizzato in -a breve: questa vocale è sempre inerente nella consonante.

La vocalizzazione ā lunga si ottiene facendo seguire alla consonante un secondo elemento verticale, in pratica una nuova a breve che raddoppia la durata di quella già inerente.

Per le altre vocali, si usano invece particolari diacritici posti sopra o sotto la consonante, oppure combinazioni tra diacritici e la a di prolungamento.

Nel caso particolare della i breve, la lettera viene posta prima della consonante a cui si riferisce.

Si tenga presente che, in molti casi, l'uso ha stilizzato la forma di alcune sillabe, che non sono immediatamente riconoscibili. Ad esempio, l'articolazione di r con la vocale u, nei gruppi ru e si scrive in maniera particolare:

 


ASSENZA DI VOCALE

 

In ogni consonante è sempre presente una vocale inerente -a. Quando è necessario usare una consonante non seguita da vocale, ad esempio alla fine di una parola che termina in consonante, si usa un particolare segno diacritico chiamato virāma a indicare l'assenza di vocale.

Il virāma consiste in una sorta di virgoletta posta in basso a destra rispetto alla consonante. Posto su una consonante, ne elimina la -a inerente:

 

 

 


NESSI CONSONANTICI

 

Qualora si debbano creare dei nessi consonantici, ovvero dei gruppi ove due o più consonanti sono articolate tra loro, si utilizzano delle combinazioni grafiche delle consonanti stesse, che vengono fuse tra loro creando delle nuove sillabe in -a.

La fusione avviene spesso in sequenza, con l'eliminazione dell'elemento verticale delle consonanti iniziali del nesso (quell'elemento, abbiamo detto, rappresenta la vocale inerente -a, donde la logica della sua rimozione).

 

 

Altre volte il nesso viene stabilito verticalmente:

 

 

Alcuni gruppi, presentano delle forme del tutto differenti, come:

 

 

Particolari sono i nessi consonantici con r. Qualora r sia elemento iniziale del nesso, viene indicata con un uncino posto sopra l'ultimo elemento della sillaba. Qualora questo sia una consonante, cade sulla consonante; qualora sia una vocale, cade sulla vocale.

 

 

 

 

Qualora r sia secondo o terzo elemento, allora viene indicato con una barra trasversale sotto la consonante che lo precede.

 

 

 

 

La difficoltà di questo sistema è che spesso ci si trova di fronte a qualche complicato nesso di cui bisogna andare a cercare tutti gli elementi, che vanno poi distinti e identificati.

Facciamo ora una panoramica di tutti i più importanti nessi consonantici della scrittura devanāgārica. Si tenga presente che vi sono altri elementi, oltre a quelli elencati, e che alcuni presentano diverse varianti grafiche.

L'utilizzo di mezzi elettronici ha portato, oggi, a una semplificazione dei nessi consonantici, che vengono sempre più spesso collegati orizzontalmente invece che verticalmente. Alcuni dei gruppo sopraelencati possono essere segnati in maniera diversa, come ad esempio:

 

 

 

cña

 

invece di

 

 

cña

 

 

kka

 

invece di

 

 

kka

 

 

 

 


ASPIRAZIONE FINALE

 

L'aspirazione sonora, trascritta con la lettera h, càpita generalmente all'inizio o al centro della parola. L'aspirazione sorda, che cade invece in fin di parola, è invece contrassegnata con un particolare simbolo chiamato visarga, consistente in due puntini verticali.

In realtà il visarga non è un carattere originario, ma solo un sostituto per la s o r finale.

 

 

La pronuncia classica consiste in un'aspirazione sorda [h] (come nell'inglese "house"). Nell'uso, tuttavia, il visarga viene pronunciato in diversi modi, spesso come una fricativa palatale [ç] o velare [x] (rispettivamente il ch tedesco di "ich" o il ch tedesco di "Bach"). Molti studenti fanno seguire al visarga un'eco appena accennata della vocale immediatamente precedente.

Vi sono dunque diverse possibili pronunce:

 

 

 


NASALIZZAZIONE

 

Vi sono in sanscrito due distinti simboli di nasalizzazione: l'anusvāra e l'anunāsika.

L'anusvāra, che consiste in un punto posto al di sopra della vocale e viene indicata in trascrizione come (con un puntino sotto), fa' sì che quella vocale sia seguita da una consonante nasale. Tale consonante è [m] in fin di parola e davanti alle sibilanti e all'aspirata h. In altri ambiti consonantici può invece mutare lungo tutto lo spettro delle nasali:

 

 

Insomma, se la consonante seguente è una dentale, allora l'anusvāra assume il timbro della nasale dentale n; se la consonante è una palatale, allora si pronuncia come la nasale palatale ñ, e così via.

 

 

L'anunāsika, consistente in una mezzaluna posto al di sopra della vocale (generalmente a) e indicata in trascrizione con una (con un puntino sopra), fa sì che quella vocale sia nasalizzata, analogamente come avviene in francese.

 

 

 


PUNTEGGIATURA

 

La scrittura devanāgārica non conosce alcuna punteggiatura, a parte una linea orizzontale chiamata daṇḍa. Esistono due tipi di daṇḍa, semplice e doppio. Il primo indica la chiusura di una semistrofa, il secondo di una strofa.

 


ACCENTO

 

In vedico l'accento era libero, cioè non determinato dal numero delle sillabe, e musicale, la sillaba accentata pronunciata in tono più alto. L'accento musicale sopravvisse almeno fino all'epoca di Pāṇini, ma in seguito fu sostituito dal normale accento intensivo.

Gli accenti sono segnati solo nei Veda e nei testi coevi dei Brāhmaṇa, mentre nelle scuole europee si prese a leggere il sanscrito con accettatura più o meno fittizia, similmente a quella latina. In altre parole, è invalso l'uso di lasciar cadere l'accento sulla penultima sillaba se è lunga; se la penultima è breve, sulla terzultima; se anche la terzultima è breve, sulla quartultima.

I grammatici indiani distinguono vari tipi di svara o accenti.

Vi è l'udātta ["elevato"], corrispondente al nostro acuto. La sua negazione è appunto l'anudātta ["inelevato"], cioè il grave. Lo svarita ["quasi accento"] è un accento misto dei due, una sorta di circonflesso, che segue l'udātta. Si dice anudāttara ["più che inelevato"], l'anudātta che precede la sillaba udātta.

Le notazioni dei manoscritti sono spesso molto diverse. Nelle stampe si usa indicare la sillaba udātta sovrapponendole un apposito segno simile a un 3.

Altre volte si usa un altro sistema. Si nota con una lineetta orizzontale sottoposta l'anudāttara che precede l'udātta, e con una lineetta verticale sovrapposta lo svarita che segue l'udātta, così che la sillaba accentata si trova tra le due che la chiudono.

Queste, le forme grafiche dei tre accenti:

Si noti tuttavia che o si usa l'udātta, o si usano l'anudāttara e lo svarita. Vediamo come funzionano questi due criteri di accentazione, prendendo ad esempio i versi iniziali del Ṛgveda:

 

 

Di norma, però, gli accenti non vengono segnati.

 


NUMERALI

 

Il sistema di numerazione sanscrito è molto semplice e questo per la ragione che è identico al nostro. Furono infatti i matematici indiani ad inventare il concetto di zero e la numerazione posizionale, che poi gli arabi adottarono e trasmisero in Europa.

Si noti la rassomiglianza dei nomi dei numerali indiani a quelli latini o italiani, essendo il sanscrito una lingua indoeuropea.

Il numero 2 viene usato nella scrittura per indicare iterazione o ripetizione di un termine:

 

 

 


SEPARAZIONE

 

Un particolare simbolo chiamato avagraha ["separazione"] serve a indicare, all'inizio di parola, la scomparsa di una a breve iniziale.

Generalmente l'avagraha non viene indicata in trascrizione, anche se alcuni specialisti usano allo scopo il segno >. Ad esempio:

 

 

 


ABBREVIAZIONE

 

Un piccolo circolo all'altezza della linea indica un'abbreviazione. Si trova in genere in un contesto dove un nome viene ripetuto. Ad esempio, citando l'eroina dell'omonimo dramma di Kālidāsa o l'arcinoto grammatico indiano Pāṇini, si può trovare:

 

 

Tali abbreviazioni sono anche usate nelle declinazioni e coniugazioni, per non ripetere il tema della radice.

 

 


APPENDICE: LE DIVINITÀ INDIANE

 

Per completezza, ma anche quale esercizio di lettura, diamo infine l'esatta grafia e trascrizione dei nomi delle divinità indiane. Si tratta di una lista altamente incompleta, ogni nome seguito da una descrizione per forza di cose superficiale:

 

 


BIBLIOGRAFIA E LETTURE CONSIGLIATE

 

  • Pizzagalli: Elementi di grammatica sanscrita. Hoepli 1931 [1995].
  • Coulson: Sanskrit. Hodder and Stoughton 1976.
  • Pontillo: Dizionario sanscrito. Vallardi 1993.